Shah Karīm al-Husaynī, meglio noto Aga Khan, fu imprenditore e fondatore, nel 1962, del Consorzio Costa Smeralda, in quel territorio dell’alta Gallura che si estende da Razza di Junco (a sud) a Poltu Cuatu (a nord) e penetra il territorio seguendo la linea frastagliata della costa.
Il racconto sui fatti, non certo esente da romanticizzazioni, vuole che il principe si innamorò della costa nei pressi di Poltu di li Cogghji, antistante i Monti di Mola, durante una delle navigazioni sul suo yacht, e dopo aver proceduto all’acquisto delle terre inizia subito a sognare un futuro diverso per quegli appezzamenti di terra, per quelle colline galluresi abitate solo da pochi allevatori e agricoltori, dando il via ad un grande progetto edilizio… e non solo.
«Era come una riserva di caccia: non c’erano case, non c’era acqua corrente né elettricità, né imprese di alcun tipo.»
È proprio da quegli anni di grandi progetti edilizi per realizzare grandi strutture di lusso che la narrazione “ufficiale” fa iniziare la storia di quell’angolo di Sardegna, come se prima di allora lì non ci fosse niente: né un ecosistema naturale con le sue specificità, né delle comunità complesse e eterogenee di persone, allevatori e agricoltori, che vivevano lì da generazioni. Come se quel pezzo di Sardegna dovesse essere sottoposto a un anno zero prima del quale la storia e l’antropologia di quei luoghi non avessero dignità sufficiente per essere raccontate.
Bachisio Bandinu, nel suo libro “Costa Smeralda. Come nasce una favola turistica” pubblicato nel 1980 scriveva: «L’economia del pastore era nella sua cassapanca di provviste» e non scriveva certo inesattezze.
In luoghi come Monti di Mola, Abbiadori e nella maggior parte di quelle terre e di quegli stazzi, non c’erano gli elementi che oggi si usano per valutare l’avanguardia di una comunità, non c’erano strade spianate e agevoli, non c’era acqua o energia elettrica o altra comodità nelle case, nelle città limitrofe ancora mancava un sistema fognario diffuso: tutto ciò era la realtà per chi viveva, abitava e possedeva quelle terre, così come in altre aree della Sardegna e dell’Europa. L’economia di sussistenza dello stazzo era semplicemente, per molti, la quotidianità della vita.
L’arrivo degli investitori, provenienti da quello che era il più alto livello di civiltà post-industriale legato al turismo di lusso, in una zona in cui la sussistenza degli abitanti era basata sull’economia dello stazzo appunto, fu per queste comunità un enorme sconvolgimento, non solo per quanto riguarda i modelli economici di riferimento, ma soprattutto il loro rapporto con quei luoghi. Tale fu la disuguaglianza e l’ingiustizia che caratterizzò questa interazione tra gli interlocutori i cui codici erano diversissimi ed estranei l’uno all’altro, che il risultato non poté che essere profondamente traumatico.
Con la realizzazione del progetto dell’Aga Khan, emerse un nuovo paradigma di vita e di visione del futuro, «Vendo? Non vendo? Perché vendo? …Perché no?» che prima d’allora nessuno certo immaginava o sognava.
Cosa lascia dunque ai sardi, il progetto Costa Smeralda? A chi è convenuto?
Negli stessi anni ma esattamente nella costa opposta della Sardegna, aveva già iniziato a lavorare ad Alghero Antoni Simon Mossa, architetto che aveva concepito per la costa del Sassarese una serie di progetti di grandi strutture alberghiere per la borghesia urbana. Si è recentemente affermato, anche in sede istituzionale, che la Costa Smeralda “è stata pensata come una destinazione turistica quando questo concetto era ancora di là da divenire”.
Non si tiene conto però, constatiamo con amarezza, di quella che era invece la realtà storica dei fatti e del contesto di quegli anni in Sardegna, in Italia e in Europa, un contesto tutt’altro che ignaro delle logiche e delle dinamiche del turismo, che non solo già esisteva, ma in Sardegna si andava già consolidando; realtà che può essere senz’altro esemplificata dall’opera di Antoni Simon Mossa (che pur essendo tra quelle di maggior rilievo, non è neanche l’unico esempio virtuoso).
Attraverso le sue sperimentazioni, Antoni infatti arrivò a concepire ben prima della fondazione del Consorzio Costa Smeralda un nuovo modello di turismo, insediativo e non invasivo, cioè non diffuso da un punto di vista infrastrutturale ed ecosistemico, un modello rispettoso per il territorio per cui veniva proposto. Simon Mossa nel Nord Sardegna aveva già iniziato a studiare, progettare e costruire un modello turistico non invasivo, insediativo, vernacolare, virtuoso, e dove il progetto come egli stesso afferma è “un’ampia conoscenza della propria terra e la convinzione che detta conoscenza possa trasformarsi in fattore economico”. Questa sensibilità verso il contesto emerge chiaramente nelle sue esperienze progettuali, che lo avvicinano a coloro che, in quel periodo, criticavano l’universalismo rigido del Movimento Moderno e auspicavano un’interpretazione locale dei modelli globali. In questo quadro rientra anche il modello della Costa Azzurra, di cui ne evidenzia le criticità.
Parlando di Antoni Simon Mossa e del suo modello architettonico e turistico insediativo, Bachisio Bandinu racconta di una sua conversazione con un gruppo di architetti, ai quali cercò di spiegare l’importanza del costruire senza offendere l’identità del paesaggio, e racconta di aver suggerito ad alcuni membri del team:
«Il vostro gruppo di architetti dovrebbe provare a fare questa esperienza: partite a piedi dalla linea del mare, cun una sacchetta de pane, casu e abba, salite sino alla punta più alta. Col vostro piede e il vostro passo, la gamba che incontra i cespugli e i sassi affioranti, verrete a contatto corporalmente con la natura vera, natura nel senso di animale vegetale. La discesa sarà un esercizio diverso: dal monte vedrete il mare, scendendo avrete un altro passo e realizzerete una inversione antropologicamente doverosa e interessante. Sceglierete come e dove mettere i vostri piedi, voi che dovete scegliere dove mettere “la prima pietra”, che è sacra. Qual è il punto giusto in cui metterla per non offendere l’identità del paesaggio? Allora, in quel momento, dopo aver vissuto i luoghi, potrete discutere e realizzare il progetto.»
La persona con cui Bandinu parlava non sembrava ascoltarlo, o non lo capiva: «Quella a sentirmi dire queste cose rideva.»
Come l’opera di Simon Mossa dimostra e anche il prof. Bandinu ci spiega, ogni luogo rappresenta una sfida per l’architettura: riuscire ad inventare l’abitare antropologico che rispetti la configurazione fisica, geografica, umana, archeologica di un luogo. L’amore e il rispetto per il territorio devono guidare l’architetto nella creazione di linguaggi elaborati a partire dal luogo e dalle sue leggi antropologiche, attraverso il contatto corporale e umano con la natura dei luoghi. Alla fine degli anni ‘50 dunque, il team di architetti che operava in Costa Smeralda per l’Aga Khan si allargò e Antoni Simon Mossa venne invitato a collaborare per i progetti del nuovo consorzio insieme a Luigi Vietti, Jacques Couelle, Raymond Martin e Michele Busiri Vici.
Risale a questo periodo il primo progetto di Antoni Simon Mossa per quella che oggi conosciamo come Porto Cervo, ma che all’ora, nelle idee dell’architetto, doveva essere il villaggio Sos Frades, villaggio abitato da pescatori e da turisti, secondo un’idea alternativa di turismo, che guardava ad un modello non esclusivo o escludente, ma di rispetto del luogo, delle comunità ed estremamente all’avanguardia.
Il progetto, che prevedeva da una parte gli abitanti stanziali (i residenti), e dall’altra dall’altra gli abitanti temporanei, (i turisti), costituiva un modello di turismo utile per la Sardegna, un modello di scambio che avrebbe potuto rivelarsi vincente, oltre che molto contemporaneo, basato sull’emozione e sulla conoscenza vera delle persone che fanno parte della stessa comunità, con turisti non più ospiti di luoghi non loro, ma parte di una coesistenza ben diversa da quella che viviamo in molti durante la stagione estiva. Questo villaggio avrebbe dovuto rappresentare un modello non esclusivo, non escludente né elitario, un esempio che oggi sappiamo essere stato vincente in altre realtà.
Non sappiamo se queste visioni differenti siano state motivo di rottura: ciò che è certo però è che Antoni ha abbandonato il progetto Costa Smeralda, ritirando la sua collaborazione, molto prima di ammalarsi, e già dal progetto di Sos Frades, si evince come Antoni avesse ben chiaro quale fosse per lui il modello sardo, e quale direzione dovesse intraprendere l’architettura del turismo in Sardegna: ricercare quell’abitare antropologico rispettoso degli aspetti umani, geografici, storici e culturali legati al territorio, che non solo era possibile ma anche doveroso.
Antoni Simon Mossa continuò a ricercare un linguaggio architettonico che fosse “in scala umana”, continuò a cercare questa “misura dell’uomo”, studiò i “mastros de preda”, che tramandavano i saperi antichi della tradizione edilizia, alla incessante ricerca di una coniugazione tra modernità e tradizioni, di uno sviluppo in sintonia con i luoghi e la loro identità, rispettoso. Purtroppo Antoni, morirà troppo giovane.
Da lui però ereditiamo questa sfida importante: La sfida artistica dell’architettura, che deve essere svolta con amore per il territorio, nella ricerca di risposta alle esigenze esistenziali dell’uomo, concorde con il suo ambiente e nel trovare forme dell’abitare che non violino la natura e non ne sfigurino i luoghi. Per tutte queste ragioni affermare che Karim Aga Khan è stato l’inventore e il creatore del concetto di destinazione turistica, incarnato dalla Costa Smeralda, è un errore storico che non tiene conto del contesto culturale su cui queste dinamiche si innestarono e svilupparono, sia perchè la Costa Smeralda molto attinge dal “modello Costa Azzurra” e altri modelli turistici collaudati, sia perché non si riconosce il contributo fondamentale di Antoni Simon Mossa, che ben prima degli investitori smeraldini aveva ideato e progettato un modello di turismo “sardo”.
Alcune raffigurazioni della persona che fu Aga Khan (e del progetto che realizzò) sembrerebbero al limite della tifoseria, figlie di una narrazione che lo vuole uomo salvifico e “santo” creatore che da uno scoglio deserto in mezzo al nulla ha creato il tutto. Per quanto l’importanza della figura imprenditoriale di Aga Khan non sia in discussione, era importante fare chiarezza per evitare che l’errore narrativo continui a ripetersi e si consolidi nell’immaginario collettivo.
Preferiamo valorizzare, affermare e consolidare, quella lettura del turismo più umana del nostro Antoni.
