ANS – Assemblea Natzionale Sarda all’assemblea aperta sulle “cinque domande”

Il presidente di ANS – Assemblea Natzionale Sarda, Riccardo Pisu Maxia, è intervenuto all’assemblea aperta sulle cinque domande, tenutasi nel salone di Palazzo Regio lo scorso 27 aprile. L’incontro è stato promosso dal Comitato Sa Die de sa Sardigna, che da anni organizza varie iniziative per celebrare la festa del popolo sardo.

L’Intervento di Riccardo Pisu Maxia

In su 1793, su pòpulu sardu, in pessu essidu binchidore dae sa defensa contra a s’invasione frantzesa, aiat detzididu de fàghere intèndere sa boghe sua a su guvernu piemontesu. In cussu momentu sunt naschidas is Chimbe Dimandas: chimbe arrechestas chi is Istamentos sardos aiant portadu a su Re Vitòriu Amedeu III pro pedire rispetu, giustìtzia e dignidade. Cussas dimandas non fiant solu pretesas aministrativas, ma s’espressione funguda de un’esigèntzia de autoguvernu, de riconnoschimentu de s’identidade e de una partetzipatzione polìtica berdadera. In issas si rifletiant tres temas mannos, chi ancora oe sunt tzentrales:

  • Autonomia polìtico-istitutzionale: est a nàrrere sa punna de detzidire pro su benidore issoro.
  • Reconnoschimentu de s’identidade e de is deretos istòricos: sa defensa de sa cultura, de sa limba e de is traditziones issoro.
  • Rapresentàntzia e partetzipatzione in is istitutziones: sa volontade de èssere protagonistas, e non sudditos.

Ma oe, incapas, cussas chimbe dimandas non ddas depimus fàghere a su guvernu de foras e nemancu a su guvernu sardu: ddas depimus fàghere antis de totu a nois matessi, a su pòpulu sardu. Tenimus ancora bisòngiu de faeddare cun is sard_s.
A pedire autonomia non bastat, si non semus prontos a dda esertzitare. Non bastat a rivendicare deretos, si non semus dispostos a fraigare doveres colletivos. 
Cussas chimbe dimandas depent diventare oe una manera pro nos mirare in is ogros e nos pedire, cun onestade e coràgiu: it’est chi no andat? Ite semus dispostos a fàghere?
Est tempus de nos preparare e de preparare totus a nos pònnere is dimandas pretzisas e a nos arremangare is mànigas. Ca s’autodeterminatzione non si mindigat. Si esertzitat. E si pràticat. Comente aiant fatu cuddos mannos su 28.04.1794, cando non si fiant firmados a pedire, ma si fiant mòvidos. Sa Die de s’Aciapa no est istada una tzelebratzione, ma un’atu de truncadura: sa bogada de sa corte sabauda dae Casteddu, sa rebellia contra a unu regime ispretziadore e violentu, sa nàschida de una cussèntzia colletiva pronta a pagare su prètziu de sa libertade. Custu est s’ispìritu chi nos ispirat ancora oe. Custu est su traballu chi Assemblea Natzionale Sarda est faghende dae cando est naschida: informare, mobilitare, costruire una cussèntzia natzionale noa. Unu caminu longu chi movet dae sa memòria, ma est conca a su benidore. Unu progetu abertu, culturale e colletivu chi tenet fintzes sa punna de formare una classe dirigente noa.

Nel 1793, il popolo sardo, appena uscito vittorioso dalla difesa contro l’invasione francese, decise di far sentire la propria voce al governo piemontese. Fu in quel momento che nacquero le Cinque Domande: cinque richieste che gli Stamenti sardi portarono al re Vittorio Amedeo III per chiedere rispetto, giustizia e dignità. Quelle domande non erano semplici rivendicazioni amministrative, ma l’espressione profonda di un’esigenza di autogoverno, di riconoscimento della propria identità e di una reale partecipazione politica. In esse si riflettevano tre grandi temi, che ancora oggi sono centrali:

  • Autonomia politico-istituzionale: intesa come il desiderio di decidere sul proprio futuro.
  • Riconoscimento dell’identità e dei diritti storici: la difesa della propria cultura, lingua e tradizioni.
  • Rappresentanza e partecipazione nelle istituzioni: la volontà di essere protagonisti, e non sudditi.

Ma oggi, forse, quelle domande non devono essere rivolte a un governo lontano, né tantomeno al governo sardo: devono essere rivolte prima di tutto a noi stessi, al popolo sardo.
Abbiamo ancora bisogno di parlare con i sardi. Non basta chiedere autonomia, se non si è pronti ad esercitarla. Non basta rivendicare diritti, se non si è disposti a costruire doveri collettivi. Quelle cinque domande devono diventare oggi un modo per guardarci negli occhi e chiederci, con onestà e coraggio: cosa non va? cosa siamo disposti a fare?
È tempo di prepararci e di preparare tutti a porsi le giuste domande e a rimboccarsi le maniche. Perché l’autodeterminazione non si mendica. Si esercita e si pratica. Come fecero i nostri antenati il 28 aprile 1794, quando non si limitarono a chiedere, ma agirono.
Sa Die de s’Aciapa non fu una celebrazione, ma un atto di rottura: la cacciata della corte sabauda da Cagliari, la ribellione contro un regime sprezzante e violento, la nascita di una coscienza collettiva pronta a pagare il prezzo della libertà.
Ecco lo spirito che ci ispira ancora oggi. Questo è il lavoro che Assemblea Natzionale Sarda porta avanti dalla sua nascita: informare, mobilitare, costruire una nuova coscienza nazionale. Un cammino lungo che parte dalla memoria, ma guarda al futuro. Un progetto che è aperto, culturale e collettivo che ha anche l’obiettivo di formare una classe dirigente nuova. 

L’assemblea aperta a Palazzo Regio

L’incontro di Palazzo Regio ha visto il susseguirsi l’intervento del Comitato Sa die de Sa Sardigna, che ha proposto cinque domande adattate al contesto sardo contemporaneo, su varie tematiche, rivolte ai rappresentanti politici e alla Regione Autonoma, e gli interventi di vari testimoni e rappresentanti della società sarda. 

 Le cinque domande presentate dal Comitato sono le seguenti:

1. Innanzitutto, per i Sardi è fondamentale la salvaguardia e la promozione delle risorse identitarie, com lingua, cultura, istituzioni, ambiente. Nei nostri territori è possibile leggere i segni di un paesaggio naturale e antropico forgiato attraverso una storia plurimillenaria di grande valenza identitaria: i dolmen, i menhir, le domus de janas, i pozzi sacri, i nuraghi, le chiese romaniche… beni culturali di rara bellezza, non riproducibili, in pericolo. Chiediamo in che modo la Regione intenda valorizzare le tematiche identitarie e affrontare efficacemente la materia urbanistica e paesaggistica.

2. La seconda domanda riguarda il lavoro. Senza lavoro non solo non può esserci sviluppo, ma si mette in pericolo la dignità della persona umana. I sardi chiedono che la Regione promuova la valorizzazione delle risorse locali: istituzioni, lingua, storia, arte, ambiente, tradizioni e cultura in genere. Pertanto, è centrale sapere se le istituzioni che rappresentano i sardi stiano elaborando una politica di sviluppo produttivo in grado di difendere il territorio da logiche di accaparramento e di favorire lo sviluppo di un’agricoltura moderna, rispettosa dei territori, che preveda processi di verticalizzazione delle filiere di produzione, trasformazione e conservazione. In mancanza di tali misure, accompagnate da una seria politica dei trasporti che agevoli anche il turismo, in Sardegna si accentueranno l’inverno demografico, la desertificazione delle zone interne, la mancanza di lavoro e il ridimensionamento scolastico: i nostri giovani continueranno a essere costretti a emigrare in cerca di lavoro e ad arricchire altri territori.

3. Il tema della salute è uno dei più sentiti dai cittadini, in un contesto in cui la struttura sanitaria è in continua fase di riorganizzazione: a ogni cambio di Giunta si assiste all’avvio di nuovi modelli operativi con scontri politici continui che non portano al miglioramento del sistema sanitario regionale. Auspichiamo che le istituzioni regionali acquisiscano piena consapevolezza della necessità di un progetto di tutela della salute condiviso e fondato sulle competenze che eviti ai Sardi di doversi curare fuori.

4. La Sardegna, dopo l’avvio della decarbonizzazione non ha una politica energetica e c’è il rischio concreto che il ricorso massiccio alle energie rinnovabili (eolico e fotovoltaico) si risolva in una gigantesca speculazione a vantaggio di pochi, rischiando di compromettere in modo irreversibile il paesaggio. Attendiamo quindi una forte azione delle istituzioni regionali tesa a rivendicare la competenza sulle scelte strategiche a tutela del territorio. Contemporaneamente, lo sviluppo delle comunità energetiche potrebbe costituire, almeno in parte, una valida alternativa.

5. Non vi è dubbio che la competenza sarà l’energia del futuro. Occorre dotarsi di una classe dirigente (sia a livello politico che burocratico) autonoma, responsabile e capace. Competenza, sensibilità ai valori della sardità e apertura alla partecipazione democratica rappresentano i pilastri di una classe dirigente davvero autonomista, consapevole di agire per il bene comune, il lavoro, la salute, l’ambiente, la cultura di un’isola che si ritrova veramente unita per Sa Die de sa Sardigna.

Le “cinque domande”: i fatti storici

Tra il 1793 e il 1794 i francesi tentarono di invadere la Sardegna, ma furono respinti dai sardi che riuscirono a costituire un esercito e combattere il nemico. Il re sabaudo, Vittorio Amedeo III, decise di premiare i sudditi che avevano vinto l’invasore, ma le maggiori ricompense andarono ai piemontesi, mentre i sardi furono lasciati quasi a mani vuote. La situazione economica della Sardegna era già molto precaria, caratterizzata da povertà e analfabetismo dilaganti, a cui si aggiungeva il fatto che il governo sabaudo sfruttava intensivamente le risorse dell’isola. L’episodio delle ricompense mancate aggravò dunque un malumore che tra i sardi era già consistente.  

Fu allora che i rappresentanti sardi convocarono gli Stamenti – componenti del Parlamento del Regno di Sardegna, formato da tre organi: militare, ecclesiastico e reale – con l’obiettivo di presentare le proprie rivendicazioni al governo piemontese. 

Al termine dei lavori, gli Stamenti concordarono un programma che ambiva ad ammettere le classi dirigenti sarde all’amministrazione della Sardegna. Infatti, i Savoia avevano praticamente esautorato i sardi da ogni ruolo nell’amministrazione territoriale: a maggior parte delle cariche erano state riservate a piemontesi, e le assemblee sarde (corti generali,) che avevano il ruolo di trattare questioni di interesse per la Sardegna, non erano mai state convocate. Altro motivo di malumore era il fatto che il governo piemontese aveva istituito una Segreteria di Stato, gestita direttamente dal viceré di Sardegna. Questo organo istituzionale era gestito in modo non trasparente: gli Stamenti avevano infatti più volte segnalato al suo interno pratiche clientelari e favoritismi illegittimi. 

Le richieste su cui gli Stamenti concordarono al termine delle trattative erano cinque, e passarono alla storia come cinque domande: 

  1. Il ripristino della convocazione decennale dei Parlamenti, interrotta dal 1699
  2. La conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi del Regno di Sardegna
  3. La concessione ai Sardi di tutte le cariche, ad eccezione della vicereale e di alcuni vescovadi
  4. La creazione di un Consiglio di Stato, a fianco del viceré, per la gestione degli affari ordinari
  5. La creazione di un Ministero per gli Affari di Sardegna

Le domande furono presentate direttamente al re da una delegazione di rappresentanti sardi che si presentò a Torino. Il viceré di Sardegna aveva però avvisato il sovrano di non ricevere le richieste dei sardi, ma di cercare di corrompere la delegazione; essa dovette attendere tre mesi prima di essere ricevuta dal re, che nel frattempo aveva ordinato che a Cagliari cessassero le riunioni degli Stamenti.

Questi fatti furono la premessa ai moti sardi del 1794 e degli eventi cagliaritani del 28 aprile dello stesso anno, sa dì de s’aciapa, ovvero la cacciata dei piemontesi dalla Sardegna.

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