Per il quarto anno consecutivo, in occasione delle celebrazioni di Sa Die de Sa Sardigna, il 27 aprile ANS ha reso omaggio ai patrioti sardi che hanno perorato la causa della Sarda Rivoluzione, tra cui i condannati a morte o al carcere perpetuo dopo la repressione dell’ultimo tentativo di rivolta contro il governo dei Savoia, avvenuto il 30 ottobre del 1812.
Insieme al Comune di Cagliari e a Gabriele Littera, rappresentante del collettivo di amministratori indipendentisti Corona De Logu, il presidente Riccardo Pisu Maxia ha deposto una corona di fiori in corrispondenza dell’Arco di Palabanda.
Il Comune di Cagliari, anche su nostro invito, ha inoltre finanziato il restauro della Porta, che da anni versava in una situazione di degrado, e ha ripristinato la targa che ricorda i martiri sardi, restituendo alla città un pezzo fondamentale di memoria collettiva.
I fatti storici
A fine XVIII secolo la Sardegna, come tutta l’Europa, fu attraversata da un’ondata rivoluzionaria che ebbe il suo apice nella giornata del 28 aprile 1794, passata alla storia come Sa Dì de s’Aciapa. Durante la Sarda Rivolutzione i sardi cacciarono i piemontesi da Cagliari e avanzarono delle proposte per l’autogoverno dell’isola, che vennero accettate soltanto in maniera parziale.
Nel 1714, dopo la Guerra di Successione Spagnola, la Sardegna passò al dominio austriaco degli Asburgo, e venne ceduta al duca di Savoia in cambio della Sicilia nel 1718. Quest’ultimo aveva assunto il titolo di “re di Sardegna” nel 1720. Il governo dei Savoia fu caratterizzato dalla volontà di mantenere lo status quo e quindi tutti i propri agi, contro il benessere e i diritti della popolazione; furono anni caratterizzati da carestie, crisi economiche, povertà e analfabetismo dilagante. Il 1812 fu un periodo talmente disastroso per la Sardegna che rimase nella memoria collettiva cagliaritana con il nome de S’annu doxi.
La valle di Palabanda corrisponde alla zona che ospita oggi l’Orto Botanico di Cagliari. Nel ‘500 essa apparteneva al medico cagliaritano Tommaso Porcell, passò poi ai padri Gesuiti e in seguito in concessione a Stefano Barberis, che vi installò un vivaio di gelsi e un allevamento di bachi da seta.
Il proprietario successivo di quei terreni fu l’avvocato Salvatore Cadeddu, nato a Cagliari nel 1729 e residente nel quartiere di Stampace; democratico, “contadore” della città dal 1773, procuratore di Alghero e membro dello Stamento reale, fu esponente del ceto forense in quanto avvocato, e già negli anni ’90 guidava un gruppo di cagliaritani che si riuniva in località Palabanda, che comprendeva anche artigiani e studenti.
Cadeddu è incluso negli elenchi dei “giacobini” trovati in casa del marchese della Planargia nel 1795, tra i capi dei moti del 1794 e tra i membri dello Stamento reale che sostengono i capi rivoluzionari nel “promuovere l’Anarchia”; in un altro elenco di soggetti pericolosi l’avvocato è indicato, con “tutta la Giunta dello Stamento reale, come appartenente al partito del dottor Cabras“. Cadeddu si dichiarò contrario alla richiesta presentata al viceré l’8 giugno 1796 dagli ex democratici per la destituzione di Angioy e non firmò l’elenco di sospetti di giacobinismo inviato al Vivalda il 13 giugno. Nel ’99 Angioy ne parlava come di uno dei suoi sicuri sostenitori in Sardegna.
Fu proprio in località Palabanda, nella casa di Cadeddu, che un gruppo di rivoluzionari si riunì la sera del 30 ottobre 1812 nel tentativo di liberare la Sardegna dall’oppressione del dominio sabaudo.
I partecipanti furono molti. Avvocati, universitari, ecclesiastici, ma anche popolani stampacini tra i quali molti artigiani: quelli di cui è rimasta memoria nelle carte sono gli avvocati Gerolamo Boi, Efisio Luigi Carrus, Stanislao Deplano, Francesco Garau, Antonio Massa Murroni, Giuseppe Ortu; i figli di Salvatore Cadeddu, Gaetano e Luigi, e suo fratello Giovanni, il sacerdote Gavino Muroni, il professore Giuseppe Zedda, il padre Paolo Melis delle Scuole Pie, i fratelli Giuseppe, Ignazio e Pasquale Fanni, pescatori di Sant’Avendrace; lo scultore Paolo Frassetto, gli artigiani e gli operai Agostino Caria, Giacomo Floris, Potito Marcialis, Salvatore Marras, il sarto Giovanni Putzolu e Raimondo Sorgia. Parteciparono alla congiura anche Antonio Cilocco, fratello del notaio Francesco ed Efisio Frau, ma moltissimi rimangono ancora sconosciuti. Con l’appoggio di componenti del battaglione della Regia Marina essi avrebbero dovuto animare la sommossa dei sobborghi di Stampace, Marina e Villanova e sostituire al comando il colonnello Giacomo Pes di Villamarina col maggiore Gabriele Asquer, visconte di Flumini.
Il progetto insurrezionale venne probabilmente scoperto per una leggerezza, si dice, dell’avvocato Gerolamo Boi che consigliò all’amico Proto Meloni di lasciare Cagliari per salvarsi, cosa che arrivò alle orecchie del Villamarina. Nella notte fra il 30 e 31 ottobre venne casualmente fermato, ma subito rilasciato, Giacomo Floris che, spaventato, invece di continuare la missione di avvisare i congiurati della Marina e di Villanova, tornò indietro e diede l’allarme, credendo che la rivolta fosse stata scoperta. Secondo altri a svelare la sollevazione al ministro Rossi sarebbe stato Tomaso Dejana, nemico di Gaetano Cadeddu.
Nei giorni successivi ci furono i primi arresti, soprattutto tra i popolani stampacini, nonché le prime condanne e la caccia ai rivoluzionari continuò per tutti i mesi successivi. Salvatore Cadeddu trovò rifugio presso un amico a Sant’Antioco, ma venne arrestato nel giugno del 1813 e giustiziato nel settembre dello stesso anno. Le altre due condanne a morte furono quelle di Raimondo Sorgia e di Giovanni Putzolu.
Siamo convinti che ricordare tutti coloro che hanno dato la propria vita o la propria libertà per un’idea diversa di Sardegna, più autonoma e libera dal giogo di governi stranieri e sfruttatori, rimanga un punto fondamentale della nostra missione.
I fatti di Palabanda sono praticamente sconosciuti ai più, spesso liquidati dalla storia ufficiale come una “congiura”, sottintendendo la legittimità del ceto dominante piemontese e inquadrando i rivoluzionari sardi in una categoria di illegalità e isolamento. La realtà è ben diversa: si trattò di un movimento non isolato, le cui radici affondavano nei moti rivoluzionari del 1794 e che soprattutto coinvolsero una fetta molto ampia della popolazione, ceti sociali molto diversi e persone apparentemente molto lontane le une dalle altre.
In una quotidianità in cui ci viene costantemente ricordato che i sardi sono pochi e disuniti, è dunque importantissimo ricordare e riappropriarci di questi fatti storici per riuscire a superare i luoghi comuni tossici che altro non fanno che demolire la consapevolezza di essere un popolo che, come tutti gli altri, ha diritto di decidere per sé.
Il “Premio Sa Die”
La commemorazione dei fatti di Palabanda è stata l’occasione per conferire il Premio Sa Die a quattro personalità di spicco legate alla Sardegna, che attraverso il proprio lavoro ed il proprio impegno si sono distinte in vari ambiti. Si tratta di:
Caterina Murino, attrice di cinema e teatro, ha dato visibilità internazionale alla Sardegna, diventando una figura emblematica della cultura e dell’arte sarda. La sua passione e il suo impegno continuo, portatori di un importante messaggio di orgoglio ed identità, hanno avuto un impatto significativo nell’ambito della promozione della nostra terra.
Nicola Riva, figlio dell’indimenticato Gigi, simbolo eterno di unità e riscatto del popolo sardo, con il suo lavoro ed il suo impegno sportivo ha contribuito in maniera significativa alla promozione dello sport e dell’identità sarda tramandando valori quali passione, determinazione e senso di appartenenza.
Adriana Valenti Sabouret, scrittrice e studiosa, ha dedicato il proprio lavoro alle ricerche sui rivoluzionari sardi esuli in Francia, e ha scoperto a Parigi la tomba di Don Michele Obino. Grazie al suo instancabile impegno il popolo sardo ha potuto riappropriarsi di pagine di storia che gli erano state negate.
Daniela Pes, musicista e cantautrice gallurese, vincitrice di numerosi premi, tra cui il Premio Andrea Parodi nel 2017, ha musicato i poemi in gallurese del poeta di Tempio Gavino Pes, vissuto nel XVIII secolo; nel 2023 ha pubblicato il suo primo album, “SPIRA”, in cui canta in una lingua inventata e costituita, tra gli altri, da antichi vocaboli galluresi. La sua musica e le sue sperimentazioni la rendono una protagonista centrale della creazione contemporanea sarda.
















