Cando si tenet su bentu
Est pretzisu bentulare
La fiaccolata lungo le vie del centro di Cagliari è diventato uno dei momenti più sentiti e partecipati del nostro programma di celebrazioni per Sa Die de sa Sardigna. Già l’anno scorso, per l’edizione del 2024, il successo era stato grande.
Quest’anno l’obiettivo era coinvolgere ancora più persone in quello che è stato un cammino di memoria e di condivisione, non solo per ricordare chi durante la Sarda Rivolutzione ha sacrificato la propria vita o la propria libertà, ma anche per riappropriarci tutti insieme del significato di Sa Die, per evocare quell’unione e quella partecipazione che siamo convinti siano necessarie per affrontare come popolo le sfide che la contemporaneità ci pone.
Partito dall’Arco di Palabanda a seguito della cerimonia di commemorazione, il corteo, aperto dalla bandiera dei Quattro Mori spiegata e dai quattro vincitori del “Premio Sa Die” che ci hanno accompagnato in qualità di portabandiera, ha percorso su brugu (Corso Vittorio Emanuele II) sino alla Pratza de Stampaxi (Piazza Yenne), e si è poi diretto verso il Bastione percorrendo la via Manno. All’arrivo al Bastione Saint-Remy le persone si sono disposte lungo le scale del monumento, sino alla sommità della terrazza, dalla quale è stata srotolata la nostra bandiera; con l’accompagnamento dei sonadores Luca Lai e Michele Fadda si è dato il via al momento scenografico del flashmob, tenendo alte le fiaccole e intonando l’inno sardo Su patriotu sardu a sos feudatarios, meglio conosciuto come Procurade ’e Moderare, scritto tra il 1794 e 1796 da Frantziscu Inniàtziu Mannu, cantata dai presenti anche lungo tutto il percorso della fiaccolata.
Su patriotu sardu a sos feudatarios
Come già accennato, Su patriotu sardu a sos feudatarios, anche conosciuto come Procurade ’e Moderare, è un componimento rivoluzionario e antifeudale scritto da Frantziscu Inniàtziu Mannu tra il 1794 e il 1796, dichiarato dalla Regione inno ufficiale della Sardegna nel 2018.
L’inno fu stampato clandestinamente nel 1796 a Sassari, città che l’anno prima era stata liberata dai piemontesi e governata da esponenti della lotta antifeudale (tra cui Giovanni Maria Angioy, dal febbraio del ’96); esso fu diffuso in tutta la Sardegna e divenne popolarissimo, un vero canto di guerra degli oppositori sardi. Modellato sui gosos, inni di origine spagnola che nella tradizione religiosa locale venivano cantati in onore dei santi, l’inno, scritto in lingua sarda, è composto da 47 ottave fortemente ritmate, per un totale di 376 versi complessivi, che hanno schema metrico a bb cc dd e; l’incipit è costituito da un attacco alla prepotenza dei feudatari, principali responsabili del degrado dell’isola: “Procurade ’e moderare, Barones, sa tirannia…” (“Cercate di moderare, o Baroni, la vostra tirannia…”).
Durante tutto il componimento viene descritta in maniera molto dettagliata la disastrosa situazione economica che caratterizzava la Sardegna dell’epoca; non mancano poi invettive contro gli oppressori piemontesi che, a detta del poeta, non si curavano dei problemi della Sardegna ma si preoccupavano unicamente delle proprie ricchezze e di sfruttare l’isola e le sue risorse, in maniera simile di come la Spagna faceva nei confronti delle “Indie” (Fit pro sos piemontesos sa Sardigna una cucagna, che in sas Indias s’Ispagna).
Il componimento si conclude con un grido d’incitamento alla rivolta pieno di speranza, diventato ormai un detto popolare di grande efficacia: “Cando si tenet su bentu est prezisu bentulare” (Quando si leva il vento, bisogna trebbiare”).
La prima pubblicazione “ufficiale” dell’inno in Sardegna risale al 1865 e si deve al canonico Giovanni Spano; seguono quelle dello scrittore Enrico Costa, che per primo lo tradusse anche in italiano, in occasione del centenario dell’entrata di Angioy a Sassari, e di Sebastiano Satta, la cui traduzione italiana è la più nota. Su patriotu sardu a sos feudatarios fu tradotto anche in inglese nel 1849 da John Warre Tyndale (Endeavor to moderate), e in francese (Songez à moderer) nel 1864 dallo storico Auguste Bouiller, che la pubblicò nella sua raccolta di saggi Essai sur le dialecte et les chants populaires de la Sardaigne.
Lo studioso e giornalista sardo Raffa Garzia, nei suoi studi sulla letteratura sarda del Settecento e Ottocento, segnalò altri componimenti che possono essere messi in relazione all’inno sardo per le tematiche trattate; uno è Ancòra semus in gherra, un componimento scritto da Maria Baule, poetessa di Ploaghe, sul tentativo francese di invasione della Sardegna del 1793, pubblicato dallo Spano, l’altro è Animu, patriottas, a sa gherra!, componimento del poeta di Gavoi Michele Carboni (1764-1814), sempre sugli stessi fatti. Frantziscu Inniàtziu Mannu (1758 – 1839), nato a Ozieri da una nobile famiglia, studiò diritto civile ed ecclesiastico all’Università di Sassari e svolse la sua carriera di magistrato a Cagliari. Nonostante fu indicato tra i più accesi sostenitori di Giovanni Maria Angioy e il suo nome fu inserito tra quelli proposti per il confino, egli non subì gravi conseguenze dopo la Sarda Rivoluzione, tanto che mantenne le proprie cariche nell’alta magistratura dello Stato sabaudo (nel 1819 divenne giudice della Reale Udienza), Mannu fu anche un filantropo; alla sua morte, infatti, avvenuta a Cagliari nel 1839, egli lasciò un patrimonio di 40.000 scudi all’ospedale cittadino.
Il testo
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