Verità e storia! Il monologo di Andrea Murru accompagnato da Patrizio Perra

Io, avvocato Cabras Vincenzo, membro dello Stamento reale, procuratore delle città di Sassari e di Castelsardo, assessore della Curia arcivescovile di Cagliari e della regia Vicaria e sindaco capo di Stampace.

Qui, oggi, dinanzi alla città di Cagliari, alla Sardegna tutta, dinanzi alla Storia giuro di dire la verità su…

Verità e storia…
parole pesanti.

Pesanti come le pietre su cui si ergono i palazzi del potere.
Pesanti come il rifiuto del Re Vittorio Amedeo III alle nostre Cinque Domande.
Pesanti come il piombo e le palle di cannone con cui NOI abbiamo difeso la Sardegna dall’invasione francese.
Pesanti come le bugie del viceré Balbiano che di quella impresa si prese i meriti.
Pesanti come le ingiurie e gli scherni che piovevano sui sardi dalla sua Corte.
Pesanti come le manette che la mattina del 28 aprile 1794 cingevano i polsi di Bernardo Siotto Pintor e i miei.
Cosa è mai la storia senza la verità?
E la verità è che nonostante le nostre forze avessero cacciato i francesi e salvato il Regno, la Corte Sabauda non volle sentire le nostre richieste:

1. Ripristino delle corti generali
2. Riconferma degli antichi privilegi
3. Priorità per i sardi nelle cariche pubbliche
4. Creazione di un Consiglio di Stato
5. E di un Ministero per gli Affari di Sardegna a Torino

Ancora non volle ascoltarci,
ancora non volle riconoscerci ciò che ci spettava,
ancora non riconosceva nulla solo briciole per i sardi lanciate in malo modo per far zittire il cane che abbaia.

La verità è che anche la bestia più mansueta, più mite, all’ennesima frustata si desta e si rivolta al suo aguzzino e così noi quel giorno… La sollevazione era nell’aria.

Lo sapeva il vicerè, che fece sfilare il reggimento svizzero Smit in tenuta da parata per non dare troppo nell’occhio fino al bastione mentre militari a cavallo percorrevano le vie di Castello e i granatieri si disponevano nei punti strategici.
I cannoni furono piazzati e caricati a mitraglia.
E lo sapeva il popolo che da quei cannoni, da quei soldati, non si fece intimidire.

Il fuoco della rivolta non divampò, quel giorno, solo per liberare me e mio genero.
Il nostro arresto fu una scintilla, una fiammella che innescò il fuoco che in quella giornata si fece rogo.

Noi liberati dalle catene così come la Sardegna finalmente libera dalle catene piemontesi.
Sfilarono davanti a noi, a testa china, soldati, cortigiani funzionari e persino il vicerè.

“Nessuno tocchi la loro sporca roba – gridò il beccaio Lecis – i sardi sono gente d’onore! Abbiamo cacciato lo straniero per amore della libertà non per i loro averi”.

Il fuoco che divampò a Cagliari si estese presto nel resto dell’Isola.

Le navi videro le coste sarde allontanarsi a bordo i piemontesi e la loro arroganza, nei loro occhi la verità: un popolo quando è vessato, schiacciato dall’ingiustizia trova sempre la forza per alzarsi e, aggiungo io… ha il dovere di trovarla.

Entula

Arziati entu e surva cumente mai as survatu
Entula! Entula su prùere anticu
Inferchitu in su coro de sos pessamentos
Pothas gai incurvare s’ischina a sos chi ant fatu leze
Su disisperu e su dolore de s’animu sintzeru.

Istituitu gai nos ant sos òmines fatores
pro dirigentes nostros de sos travallatores
Tzenturiones pro sos militantes
distintivos grados de superiore
Dende campu a duos partidos:
Meres e Servitores.

E dae tando b’est chie arat e zapat
E chie chene suore su pane si papat.
Non b’andat bene, totu andat male.
E tando como gherramus totus in pare
Oh Rivolutzione!

Entula è la canzone più famosa dei Kenze Neke, tratta dal terzo album della band “Liberos, Rispettatos, Uguales”, del 1998. I Kenze Neke sono stati un gruppo Etno Rock sardo, formatosi a Siniscola (NU) nel 1989 e testimone dell’identità sarda. Il nome “Kenze Neke” significa “chentza de neghe”, “senza colpa”, in memoria di Michele Schirru, l’anarchico sardo fucilato nel 1931 perché scoperto mentre progettava di uccidere Mussolini e il cui plotone d’esecuzione, su preciso volere dello stesso Mussolini, fu composto esclusivamente da fascisti sardi.

Scritto nel 1998, il testo di Entula è liberamente ispirato a Sa Mundana Commedia, opera composta tra il 1917 e il 1922 da Salvatore (Bore) Poddighe (1871-1938), poeta e minatore originario di Dualchi. Dopo un breve soggiorno a Torino, Poddighe fece ritorno in Sardegna, dove attraverso la poesia raccontò le profonde ingiustizie sociali che affliggevano l’isola.

L’eccidio di Buggerru del 4 settembre 1904 – in cui l’esercito sparò sui minatori in sciopero, uccidendone quattro – segnò un punto di svolta, seguito da rivolte nel 1916 e dalla rapida nascita di un movimento sindacale. In questo clima, anche Poddighe, come molti altri sardi, si avvicinò agli ideali socialisti e libertari, pur consapevole del rischio di essere etichettato come anarco-insurrezionalista.

Il poema Sa Mundana Commedia, articolato in tre parti, rappresenta una lunga e appassionata denuncia dello sfruttamento delle masse da parte dei padroni, con un’esplicita critica al ruolo complice della Chiesa. Poddighe dedicò cinque anni alla stesura dell’opera, che fu infine pubblicata nel 1924 in un numero limitato di copie, prima di essere rapidamente ritirata dal mercato per via della censura, sia ecclesiastica che fascista.

La fama di Poddighe è strettamente legata a questa sua opera maggiore, che ne fece una figura nota in tutta la Sardegna, ma che allo stesso tempo gli causò non poche difficoltà. Sa Mundana Commedia si distingue per la forza della sua denuncia sociale e per l’intenso anticlericalismo. Fin dalle prime ottave, l’autore chiarisce il tema centrale: l’origine della ricchezza e della povertà non è da attribuire al volere divino, bensì all’ingiusta divisione dei beni e alla fine della proprietà comune («Totu dipendet dae sa faccenda / de non esser comune sa sienda»). La religione, secondo Poddighe, contribuisce al mantenimento di questo stato di cose, agendo come “oppio dei popoli”.

L’opera è composta da 57 ottave nella prima parte, 83 nella seconda e 91 nella terza, per un totale di 1848 versi. Venne pubblicata in forma frammentaria tra il 1917 e il 1922 e raccolta integralmente nel 1924 dalla tipografia Varsi di Iglesias, in un’edizione di ben 3.500 copie.

Proprio in quell’anno, però, il Concilio dei vescovi sardi proibì ai poeti estemporanei di trattare temi di dottrina religiosa. Tra multe, censure e divieti, Chiesa e regime fascista riuscirono a proibire le gare poetiche tra il 1932 e il 1937.

Nonostante ciò, l’opera conobbe un’ampia diffusione in tutta l’isola: da alcuni fu celebrata come un autentico capolavoro, mentre altri la condannarono come opera blasfema. Celebre è la polemica con Salvator Angelo Vidili di Aidomaggiore, che pubblicò una “Critica a sa Mundana Cummedia”, a cui Poddighe rispose con la famosa “Risposta”.

Il colpo più duro arrivò dalla polizia: il 4 novembre 1935, il questore di Cagliari, Laudadio, vietò la diffusione dell’opera, accusandola di incitamento all’odio di classe e vilipendio della religione. Ordinò inoltre il sequestro delle copie ancora in vendita e la revisione di tutti gli altri scritti dell’autore.

Profondamente colpito da questa censura e ormai isolato dopo la scomparsa di molti amici, Poddighe cadde in una grave depressione e si tolse la vita a Iglesias il 14 novembre 1938. Dal punto di vista stilistico, “Sa Mundana Commedia” alterna momenti di grande intensità poetica ad altri in cui il ritmo e il linguaggio risultano meno efficaci, anche a causa della presenza di italianismi e della commistione tra lessico campidanese e il “volgare illustre” scelto per l’opera.

L’edizione più completa e accurata resta quella curata da Giampaolo Mura (Editrice Sarda Artigiana, Cagliari, 1980), frutto di un rigoroso lavoro di analisi e approfondimento.

In Entula, dalla strofa 18 viene:

de su mundu leadu han su guvernu e i sa frattellanza han abolidu.

Dalla strofa 20 viene:

Pro disciplina contra a sas chimeras,
de su populu ischiavu reduidu;
han puru antigamente costruidu
sos regnantes, presones e galeras.
Regulamentos e legges severas
pro sos ribelles hana istituidu;
e dogni pegus de s’umanu gregge
han suggettadu cunformas sa legge.

Dalla strofa 22:

Istituidu han omines fattores,
pro dirigentes de sos lavorantes,
centuriones pro sos militantes
cun distintivos grados superiores.

Dalla strofa 24:

e dae tando chie arat e zappat,
e chie senza sudore pane pappat.

Su Vincenzo Cabras

Nato a Tonara nel 1732, a 15 anni si trasferì a Cagliari divenendo avvocato. Rimasto vedovo da un primo matrimonio contratto nel 1761, si risposa e avrà – oltre i due primi figli – tredici altri figli. Dettaglio importante perché fra i frequentatori del ‘’partito del Dottor Cabras’’ ci saranno i generi Carboni Borras ed Efisio Luigi Pintor nonché un altrogenero, Emanuele Massa Eschirru, tutti sospettati dal governo.

Membro dello Stamento reale, procuratore delle città di Sassari e Castelsardo, assessore della Curia arcivescovile di Cagliari e della regia Vicaria, fu anche sindaco di Stampace. Critico nei confronti dei Savoia per i riconoscimenti concessi ai piemontesi dopo la vittoria sui francesi, si oppone alla nomina di Gerolamo Pitzolo a intendente generale delle finanze e di Gavino Paliaccio, marchese della Planargia, a generale delle armi, nomine che non rispettavano le leggi del regno.

Fu arrestato con Bernardo Pintor, mentre pranzavano insieme,il 28 aprile 1794. Ora, l’insurrezione di cui Cabras fuconsiderato il più grande fomentatore, era stata organizzatasolo dopo le risposte negative del re alle cinque domande dei sardi e aveva come scopo l’espulsione dei funzionari pubblici venuti da Torino.

Cabras, liberato dagli insorti, si difende presso il viceré parlando d’insofferenza del popolo nei confronti dei piemontesi ed è d’accordo con il mantenimento dei miliziani dopo la fuoriuscita dei piemontesi.

Col genero Efisio Luigi Pintor frequenta la casa di G.M. Angioy in cui si riuniscono i democratici avversi al Pitzolo e al marchese della Planargia. Il Paliaccio chiedeva il suo arresto, quello di Angioy e di altri 28 soggetti pericolosi.

Dopo alterne vicende, Cabras si allontana, insieme ad altri, da Angioy, Mundula, Cillocco avvicinandosi alla Corte tanto da ottenere, il 30 agosto 1796 un incarico prestigioso remunerato 3500 lire di Piemonte. Morì Cagliari il 21 dicembre 1809 e fu sepolto nella Chiesa di Sant’Efisio.

L’evento

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